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Piccola storia di Sobrio

UN PAESE DI NOME SUURIO 
* dal libro "I racconti dell'acero" di Bruno Giandeini

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Allettanti inviti *

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Come nasce un paese *

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Vita d'un tempo *

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La vicinanza e il comune *

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L'alpe di Manegorio *

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Le vie di comunicazione *

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L'Ufficio postale

Allettanti inviti

Sobrio si trova sul versante sinistro della media Valle Leventina, sopra Giornico e Bodio. Il terrazzo che lo accoglie a 1'100 metri di altitudine risale all'era glaciale di 40'000 anni fa. Visto dal basso, questo terrazzo presenta impressionanti dirupi, inaccessibili selve castanili e una gronda di granito che forma uno strapiombo alto una sessantina di metri. Dall'orlo di questo strapiombo, che ha in una fila di tigli un naturale parapetto, si vede il fondovalle con il Ticino che, ormai ridotto a poco più di un rigagnolo dallo sfruttamento idroelettrico, fa pensare con nostalgia ai tempi in cui era ancora un vero fiume che accompagnava con la voce del suo scorrere le altre voci della natura che lo circondava. Di là dal Ticino s'alza il versante destro della Leventina, con i suoi fianchi scoscesi e le sue ripidissime valli come la Cramosina: i ghiacciai non lo hanno modellato con la tenacia da essi riservata al versante sinistro, da cui hanno ricavato stupendi pianori, lasciandovi a testimonianza di questo pregiato loro lavoro morene e massi erratrici come quelli di "Puscètt", così caro ai giochi dei ragazzi, di "Pian Puscètt" e del "Sasc da la Prédalta".

All'invito di questi pianori si aggiunse, per i primi abitanti, quello dell'acqua fornita da innumerevoli sorgenti, come quella del "Cassinél du Róss" che, a l'900 metri di altezza, è viva anche nei più prolungati periodi di siccità e pur se si trova a soli 250 metri sotto il crinale della montagna: ha forse, ci si domanda vedendola zampillare, qualche sotterraneo bacino di riserva oppure altri misteriosi fattori ne permettono il fresco perdurare? Un terzo invito fu poi rivolto a coloro che scelsero, per viverci, questi pianori: il sole che li favorisce in modo particolare e rende meno lungo l'inverno e più produttiva la terra. Un quarto invito fu quello dei boschi di cui questi pianori sono ricchi: castagni, abeti, larici offrirono in abbondanza ai colonizzatori legna e materiale da costruzione e quella fauna che ha bisogno per prosperare delle selve: i cervi, in particolare. Un quinto invito fu infine rappresentato dalla presenza di terreni adatti all'agricoltura e permettenti uno sfruttamento del suolo in una misura ben maggiore di quella possibile nei vicini villaggi di Cavagnago e Anzonico.

Come nasce un paese

La colonizzazione avvenne sicuramente in modo graduale: la zona, invisibile dal fondovalle, sarà stata scoperta da qualche cacciatore che vi ritornò per stabilirvisi in pianta stabile.
Gli abitanti di Giornico vi saranno poi saliti per cercare legna e pascoli, costruendovi i necessari ripari per gli armenti. Si saranno aggiunti in seguito soldati mercenari disertori e persone che per un motivo o l'altro volevano cambiare residenza e lavoro.

Nacque così, a poco a poco, il villaggio, la cui antica origine è documentata dalle costruzioni e dai toponimi terminanti in "engo" e ricordanti i Celti: "Piténg", "Buténg", "Ragaldéng", "Raghiténg", "Mascéng", ecc.

Sobrio è composto di due frazioni: Villa e Ronzano (Ronzàn nel 1430 e Ronzango fino al secolo scorso). Ritengo che il nucleo primitivo del villaggio si trovasse nel luogo detto "In Mèsse": nel 1935, durante i lavori di costruzione della strada di raggruppamento dei terreni che va da Ronzano a "Piténg", venne infatti alla luce un'antica tomba nel posto chiamato "alla purtèle" (la pietra che copriva, non datata, il sepolcro è tuttora conservata). Il nome "In Mèsse" fa poi pensare alla messa e quindi a una chiesa, che sarebbe sorta insieme con le prime case.

Vita di un tempo

Molti toponimi, come "La Mónda", "La Mónda d'zóra", "La Mónda d'zótt", "La Mónda d'Capùsc", stanno a rievocare a Sobrio il primitivo carattere agricolo del villaggio, raggiunto dalla gente del fondovalle che lo "mondava" per renderlo fertile.

Sorsero poi case e stalle a formare un nucleo reso il più possibile compatto per necessità di difesa da eventuali invasori e per aiuto reciproco in caso di necessità. L'esistenza era durissima, ma forte era lo spirito di solidarietà, disciplinato anche dal "Libro degli ordini", quando occorreva l'apporto di tutti gli abitanti. Si dimenticavano, in quelle circostanze, i dissidi che dividevano certe famiglie e si lavorava, magari senza rivolgersi la parola, gomito a gomito.

Una contadina con la gerla per il fieno, ul sciuéiIl lavoro principale era dato dall'agricoltura e aveva i suoi determinati periodi: durante l'inverno veniva rifatta la scorta di legna da ardere, che si andava a prendere nei boschi con grandi slitte. Gli anziani preparavano attrezzi destinati all'attività svolta nella campagna e sugli alpi; gerle, rastrelli, recipienti, brente per la farina e conche per il latte, collari per il bestiarne e utensili speciali come "la budèle" in cui si metteva la mascarpa conservata sotto sale.

Scomparsa la neve, si ripulivano i prati e si vangavano i campi per la semina delle patate. La segale si seminava già in autunno.

Contadini che battono la segale appena tolta dalla rascanaGiungeva poi il momento della prima fienagione, che si incominciava nei prati più bassi e si finiva, all'inizio di agosto, a "Puscètt". Terminata la prima fienagione si ricominciava quasi subito col secondo taglio, ancora dal basso e su su fino a Usc e Marùn. Seguiva la mietitura e la messa della segale sulle rascane e dopo una quindicina di giorni si faceva poi la battitura della stessa. Da ultimo si falciava il terzo fieno ma solo nei prati più fertili del paese. Le mucche si trovavano, nel frattempo, sull'alpe bedrettese di Manegorio, ma in paese vi erano ancora capre e capretti da custodire e tanti altri lavori da portare a termine.

Il lavoro delle donne era molto duro e faticosoSolo per la festa patronale di San Lorenzo si dimenticava per qualche ora il lavoro e si faceva un po' di allegria. Il 6 di settembre l'Alpe di Manegorio veniva scaricato e le bestie erano direttamente condotte sui monti di "Cassìn" e "Puscètt", dove si continuava la produzione di burro, mascarpa e formaggio. Seguiva il raccolto delle rape seminate al posto della segale all'inizio di agosto, e delle patate.

Nel 2003 è stata ricostruita, a scopo didattico, una rascana all'entrata di VillaArrivava poi il tempo dello strame e si raccoglievano gli "spin" (gli aghi degli abeti) e le foglie di castagno. Prima della loro caduta già erano stati capitozzati frassini e querce, i cui rami, ancora provvisti di foglie, sarebbero poi serviti da nutrimento invernale per le capre. Si raccoglieva poi, andandolo a prendere fin sul versante bleniese, di là dal Pizzo Matro, la "barba" vegetale cresciuta sui vecchi alberi. Essa serviva a sfamare il bestiame, quando il fieno non era sufficiente, in attesa della primavera.   ...

La Vicinanza e il Comune

Nel 1223, a una riunione tenuta a Faido per la ripartizione degli alpi dell'alta Leventina, era presente per la Vicinanza di Monte di Giornico Guarnerino Fq. ser Marchi de Surio.  Già v'era quindi a quell'epoca la Vicinanza di Sopra, cioè Súrio o Subrio, l'attuale Sobrio, che nel 1277 si chiamava Suurio, nel 1238 Subrio, nel 1319 Sourio e nel 1567 Sorium o Sóuri.

La Vicinanza, che era composta degli abitanti di un dato paese o di una data regione, aveva alla testa un «console», nominato annualmente e coadiuvato dagli «ufficiali» comunali.

Il console aveva le funzioni che riveste attualmente un sindaco. I «vicini» erano i patrizi; gli altri abitanti, i «forestieri».  Alla scadenza del mandato di un console si procedeva alla chiusura dei conti; la cassa della Vicinanza passava poi al suo successore. 
...

Sobrio si separò, come Vicinanza, da Giornico il 26 novembre 1620, diventando comune a sè.  Il 15 marzo 1802 furono pagate al Comune di Giornico le ultime decime dovute ai curati di quella chiesa parrocchiale di San Michele: le decime consistevano in 5 staia di segale e tre scudi d'oro.  Il medesimo giorno venne pure versata la rata dell'affitto in corso, stabilito «in lire mille al corpo di Leventina, più lire tre mila trecento ottantuna e mezzo, tutto ciò in vigore dell'istromento di separazione d'anno 1620».

Fino a tale data i vicini di Sobrio e di Cavagnago dovevano dare annualmente ai parroci di Giornico «staia 128 di segale»: si trattava di un obbligo che, causa la scomparsa dei documenti, era ormai prossimo a scadere e sarebbe stato causa di inutili contese giuridiche.

L'alpe di Manegorio

Alpi e alpigiani

L'economia alpestre di Sobrio è particolarmente legata all'Alpe di Manegorio («Managóu» in dialetto sobriese, «Manió» in quello bedrettese e «Monigorio» nelle antiche pergamene, una delle quali, datata 1435 e purtroppo introvabile, attesta dell'acquisto di questo alpe).

 Manegorio, che appartiene al Patriziato di Sobrio, era di proprietà un tempo dei vicini di Monte (Sobrio) e dei vicini del Piano (Giornico), che furono comproprietari, sino al 1648, anche dell'Alpe Cramosino, come si deduce da una pergamena scritta da Pietro Gotardo Maria: «L'11 aprile 1649 i consoli Antonio D'Andrea e Antonio Minetti vendono il contingente di alpe di cui sono proprietari i vicini di Sobrio al signor Paner Giudice di Giornico per la somma di 30 scudi. I sobriesi si riservano però il diritto di mandare su detta alpe bestie minute, cioè sterli».  Manegorio fu probabilmente assegnato a queste due Vicinie durante la spartizione degli alpi avvenuta nel 1223.

Esso confina a Sud con Cassina Baggio: la linea di demarcazione consiste in un muro a secco che dal Ticino sale lungo il fianco della montagna ed è ora tagliato, oltre che dalla vecchia mulattiera verso il fiume, dalla nuova strada della Novena, aperta nel 1969.  A ponente Manegorio confina con l'Alpe di Formazzora, che appartiene alla Degagna di Tarnolgio di Mairengo: il confine è segnato dal percorso del Ticino a partire dall'intersezione con Cassina Baggio.  A Nord confina con l'Alpe di Cruina, di cui è proprietaria la Degagna generale di Osco: dal Ticino sino al culmine della montagna la linea di demarcazione è data dal «Réi di pèuri».  All'altezza del «Pian Spighète», in direzione Nord, c'è poi la «Comuni», un pascolo goduto in comune da quelli di Sobrio e da quelli di Osco.  A levante, infine, le creste dominate dal Pizzo Manió delimitano il confine dell'Alpe di Manegorio che arriva quindi sino al Canton Uri.   ...

Con gli zoccoli nella neve

A Sobrio vi erano, un tempo, troppi capi di bestiame e non potevano salire tutti assieme sull'alpe: si costituirono quindi due bogge, quella di Villa e quella di Ronzano, che caricavano Manegorio a turno, un anno l'una e un anno l'altra.  La data del carico dell'alpe era stabilita dall'assemblea patriziale in base alle condizioni della stagione: se essa era in anticipo, si partiva con il bestiame il 26 giugno o il 28, vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo; se era, invece, in ritardo, si saliva sull'alpe solo la prima settimana di luglio. La settimana precedente il carico si inviava sul posto una «guardia dell'erba» incaricata di evitare che le mandre bedrettesi entrassero nei pascoli di Manegorio, rubando alle sue mucche un'erba preziosa.

La «guardia dell'erba» doveva anche predisporre il necessario per accogliere sull'alpe pastori e casari: ripuliva la cascina, preparava la legna, metteva tutto in ordine.  La vigilia della partenza il bestiame che era destinato a Manegorio veniva fatto scendere da «Puscètt» o da «Cassìn», dove si trovava da circa tre settimane.  Il viaggio aveva inizio verso mezzanotte lungo l'itinerario Sobrio - Lavorgo - Piottino - All'Acqua - Manegorio.  Le mucche e le capre giungevano alla meta dopo 12 ore; i maiali dopo due giorni. 1 proprietari accompagnavano a piedi le proprie bestie, ritornando poi, sempre a piedi, sino ad Airolo e, in treno, sino a Lavorgo, risalendo poi con il cavallo di San Francesco a Sobrio.  Erano pochi, ricordo, coloro che potevano permettersi di ricorrere da Bedretto ad Airolo e da Lavorgo a Sobrio all'automobile postale: quasi tutti preferivano o dovevano risparmiare uno o due franchi, il prezzo del biglietto.

Verso fine luglio, «a misùri», i proprietari del bestiame alpeggiato ritornavano a Manegorio per assistere alla «misura» del latte fornito da ogni mucca: in base ai risultati di questa operazione avveniva poi, a stagione ultimata, la spartizione dei vari prodotti: formaggio, mascarpa e burro.  Anche questa trasferta era compiuta a piedi oppure ricorrendo a mezzi di fortuna.  Ha ragione quindi Anita Calgari quando afferma che i nostri antenati erano grandi camminatori.  Quando si saliva dalla Canva all'Alp Zóra, un inserviente «<tùnar») si metteva in spalla la caldaia di rame usata per fare il formaggio e la portava sino al corte con passo lento, ma sicuro: ricordo perfettamente l'amico Emilio Bianchi, «tùnar» a Manegorio dal 1944 al 1946, che, forte com'era, svolgeva questo pesante compito come se avesse sulle spalle una caldaia di cartapesta.  In quei bellici anni non si poteva andare a San Giacomo, alpe di confine; si ebbe tuttavia in affitto, nel 1944, l'alpe di Cruina, così che, l'estensione del pascolo essendo aumentata, vi si poté portare un maggior numero di capi (circa 90 mucche da latte, 40 giovenche, 200 capre, altrettante pecore e 20 maiali) richiedenti l'impiego, con base a Manegorio, di ben otto addetti: il casaro Franco Della Vecchia di Fontana, il primo pastore Gino Bianchi, l'aiuto pastore Alfonso Bianchi, il pastore degli «stèrli» Roberto Gianini, il sottoscritto capraio Bruno Giandeini, tutti di Sobrio, il pecoraio Antonio Butti di Osco e i «tùnar» Emilio Bianchi di Sobrio e Livio Rosselli di Cavagnago. Erano tempi duri per gli uomini e per le bestie, per le quali non v'erano ripari così che esse dovevano stare all'aperto anche quando nevicava (ciò che capitava, per due o tre giorni o magari di più, ad ogni stagione).  Si era allora costretti a sorvegliare a turno, di notte, le mandrie, impedendo ad esse di portarsi, seguendo l'istinto, verso il fondovalle.  L'equipaggiamento dei pastori era, in simili situazioni, penosamente insufficiente: ricordo di aver visto un capraio di Cassina Baggio camminare per tre giorni nella neve con gli zoccoli (senza calze) perché non aveva nemmeno un paio di scarpe.

Le vie di comunicazione

Sentieri e strade

Ul TréiscIl 19 novembre 1888, nello studio dell'avvocato Luigi Cattaneo di Faido, fu firmato tra i Comuni di Cavagnago e di Anzonico un documento con cui essi si impegnavano a costruire una strada carreggiabile da Lavorgo a Cavagnago. La strada, ultimata nel 1894, creò tuttavia dissidi a causa dello sgombero della neve e della relativa spesa: problema, quest'ultimo, che rese necessario un altro accordo fra i due Comuni. Un terzo Comune era poi interessato a questa strada: Sobrio, che esigeva il collegamento con Cavagnago, trovandosi in ormai intollerabili condizioni di isolamento. 

Per raggiungere Giornico e Bodio non v'erano allora che due sentieri pedestri, lungo i quali, nei secoli, erano stati trasportati a spalla viveri, merci e materiale da costruzione. Mio padre mi raccontava, a prova delle fatiche oggi nemmeno immaginabili di quei tempi, che Raffaele Ambrogini portava da Giornico a Sobrio, dove aveva un'osteria, un barile di vino contenente da 50 a 60 litri: con tale peso sulle spalle, egli percorreva 5 chilometri, superando un dislivello di oltre 500 metri. Una donna, soprannominata «La Tarì», faceva lo stesso tragitto, magari più volte al giorno, con un carico di un quintale di calce, ricevendo per ogni viaggio un compenso di 2 franchi, che salivano a quattro quando la calce doveva essere trasportata sino a «Puscètt».

Il sentiero per Giornico partiva (e parte tuttora) da «Cà D'Andrè», passando dalla «Capèle da Visc», «Ul Buschètt», «Ul Badón>, «I Bagantài», «Garèsc», «Gramudél», «La Sénde» e incontrando, davanti alla cappella di Sant'Anna e prima di arrivare al villaggio della battaglia dei Sassi Grossi, il sentiero discendente da Cavagnago. La chiesetta di «Gramudél» - posta più o meno a metà strada del percorso e ora in rovina - aveva un ampio porticato che serviva da riparo ai viandanti in caso di maltempo.
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Il sentiero per Bodio partiva dal «Masècch da Vìli» e toccava, via via, «Sul mét da sacch», «Parnàsch», «Frént», «Furnón>, «La Padèle». Furono trasportate lungo questo ripido sentiero anche le campane della chiesa parrocchiale di Sobrio, che risalgono alla prima metà del 1600 e provengono dalla fonderia di Valduggia, nel Vercellese. Ogni campana, appesa a una robusta pertica, venne trasportata da due uomini che marciavano davanti a da due che seguivano; quattro altri uomini erano pronti a dare loro il cambio.
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Quando si cominciò a parlare di una strada carrozzabile, i sentieri che univano Sobrio al piano erano ancora nelle condizioni personalmente constatate da San Carlo durante le sue visita del 1570 e 1581, e l'idea di un collegamento del genere fu accolta con ben comprensibile soddisfazione. Vi sarà poi anche un altro motivo di compiacimento: viene scelto come progettista della strada un autentico sobriese: l'ingegner Giulio Gianini, che, avendo disegnato un tracciato con due varianti, si trovò però subito nei guai. Una variante non prevedeva, infatti, l'attraversamento di Ronzano, i cui abitanti reagirono con rabbia e indignazione, sentendosi vittima di grave ingiustizia. Il discusso tracciato passava all'altezza del «Pass Bunètt» e raggiungeva «Vili» in località «Testamént», in cima al paese.

Per risolvere la questione si dovette indire una votazione, in merito alla quale ci sono questi aneddoti: un abitante, favorevole al progetto che lasciava fuori Ronzano, fu chiuso in una stalla e liberato solo quando lo scrutinio era ormai finito; con uno stratagemma. Anche il parroco, pure lui d'accordo con tale soluzione, non fu lasciato uscire di chiesa per partecipare alla votazione, che diede la vittoria all'attuale tracciato. Le vertenze non erano però ancora finite: quando la strada nel 1905 fu aperta, si cominciò a bisticciare tra Sobrio e Cavagnago per lo sgombero della neve.
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I sentieri, aperta la strada, persero la loro importanza, ma continuarono a svolgere una parte specialmente utile alla pastorizia, assolvendo poi, con il passare del tempo, un sempre più rilevante compito
turistico.

I fili a sbalzo

1. Rivi du Ciòltru - Puscètt d'int
2. Puscètt d'int - Cróusc da Marùn
3. Cróusc da Marùr - Rùnzan
4. Tarciù di Funtài - Funtanàscia
5. Funtanàscia - Pian Car
6. Pian Car - Mù Alt
7. Mù Alt - In Vall
8. Pré da Bùi Zóra - Cassìn
9. Cassìn - Sgió
10. Sgió - Murinèt

Come un serpente fino alla costruzione delle strade che raggiungono ora i monti di Sobrio e all'arrivo, negli anni Cinquanta, dei trattori, i fili a sbalzo ebbero una parte di primo piano nell'economia del paese, in cui portavano rapidamente fieno, in particolare, e legna. A un dato momento ne esistevano ben dieci tratti.

Il sistema di partenza, arrivo e tensione era quello in uso in Valle Verzasca; la sola differenza era data dal filo: da noi, invece di un solo filo di diametro consistente, si usava la cordina, composta di tanti fili sottili, ritorti come quelli di una corda. La cordina doveva essere messa in posa tutta intera: veniva quindi srotolata in modo che ogni portatore potesse mettersene sulle spalle un rotolo pesante una quarantina di chili. I portatori procedevano uno dietro l'altro, a regolare distanza; quando uno di essi, per un motivo o l'altro, doveva fermarsi, tutti gli altri erano costretti a interrompere la marcia e fare pure essi una sosta. Il fieno veniva fatto scendere in mazzi tenuti insieme da una corda e attaccati al filo con un pezzo di legno a forma di uncino («pich»). Lo spessore di questo uncino era determinante per la buona riuscita del viaggio: se era troppo sottile, l'attrito lo consumava sino a spezzarlo, facendo cadere il carico. Poteva anche capitare che il «pich», consumato, si chiudesse come un morsetto, bloccando così la discesa del carico. Per rimetterlo in moto si faceva allora scendere un altro carico, sperando che l'urto facesse ricominciare al primo carico il suo interrotto viaggio. Per la legna si usavano, invece, uncini di ferro, grazie ai quali i carichi scendevano più in fretta. Se per gli adulti si trattava di un lavoro, per i bambini era un divertimento. V'era tuttavia il pericolo rappresentato dai carichi al momento dell'arrivo, fulmineo e violento. Ricordo la tragica morte di Vito Berta di Anzonico e quella non meno drammatica dei sette boscaioli fulminati il5 giugno 1933 dalla corrente elettrica a Gribbio nel momento in cui il filo che stavano tendendo entrò, spezzandosi, in contatto con la linea ad alta tensione che passava poco sopra. Tra i cinque feriti vi fu Gabriele Ravelli di Sobrio, spentosi nel 1988. La rottura di un filo a sbalzo rappresenta un pericolo gravissimo anche se non vi è di mezzo la corrente elettrica: un giorno, rammento, pochi minuti dopo che i miei genitori avevano finito, alla «battuta» inferiore, di fare scendere un carico di legna da ardere da «Marùn» a Ronzano, il filo si ruppe più in alto e, riavvolgendosi su se stesso come una molla strinse, come un guizzante serpente d'acciaio, alcuni piccoli alberi circostanti, strappandoli in un attimo dal terreno; nessuno, per fortuna, si trovava sul posto al momento dell'incidente e fu così evitata una sciagura.

 

L'Ufficio postale

Puntroppo ci vediamo costretti ad inserire anche questo capitolo nella pagina dedicata alla storia e non in quella dedicata alle attività economiche. 
L'Ufficio postale, che si trovava sulla piazza di Villa, al capolinea del percorso di autopostali Lavorgo - Sobrio, è infatti stato soppresso  il 31.8.2002.
Con l'ufficio sparisce anche il bollo di pubblicità raffigurante il gatto, in uso dal 1990 e promosso dalla Società Filatelica Tre Valli in occasione del "Saggio nazionale giovani filatelisti".

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Associazione Attinenti e simpatizzanti di Sobrio
Sobrio, Leventina, Ticino, Svizzera